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 RADIO KRISHNA CENTRALE
 LEZIONI DEL FONDATORE IN ITALIANO
 La Bhagavad-gita cosi' com'e' - Cap. 2 Verso 1
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Sangita Dasi
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Inserito il - 05/12/2018 : 17:03:50  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
RKC - RADIO KRISHNA CENTRALE PRESENTA:

Lezioni* di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada su

La Bhagavad-gita cosi' com'e'




Capitolo 2
Verso 1


sanjaya uvaca
tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah


TRADUZIONE

"Sanjaya disse:
Vedendo Arjuna pieno di compassione e molto triste, con le lacrime agli occhi, Madhusudana Krishna Si rivolge a lui".


SPIEGAZIONE
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada

"La compassione per il corpo, i lamenti e le lacrime sono segni che rivelano l’ignoranza del nostro vero sé. Solo per l’anima eterna ha compassione colui che è cosciente del suo vero sé.

Il nome Madhusudana è significativo in questo verso. Ci ricorda che Sri Krishna ha ucciso il demone Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida il demone del dubbio, da cui fu assalito al momento di compiere il suo dovere. Nessuno sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui vestiti di un uomo che sta annegando non ha significato. Sarebbe assurdo, per salvare un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto.

Non si può quindi salvare un uomo che affoga nell’oceano dell’ignoranza se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico, che è solo un vestito. Ignorare l’esistenza dell’anima e impietosirsi per il corpo è proprio del sudra, colui che si lamenta senza ragione. Arjuna era uno ksatriya, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un simile comportamento. Ma Sri Krishna può dissipare facilmente l’illusione dell’uomo ignorante ed è a questo fine che Egli ha esposto la filosofia della Bhagavad-gita.

In questo capitolo Krishna, maestro supremo della conoscenza, ci conduce verso la realizzazione del sé eterno con lo studio analitico del corpo materiale e dell’anima spirituale. Tale realizzazione può essere raggiunta solo da colui che agisce senza attaccamento ai frutti dell’azione e non perde mai di vista la propria identità spirituale".






LEZIONE*
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada
tenuta ad Amhedabad (India)
il 6 Dicembre 1972

"tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah

Sanjaya disse: “Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto triste, Madhusudana, Krishna, gli rivolge queste parole”.

Il primo capitolo della Bhagavad-gita descrive la situazione di Krishna e Arjuna. Su ordine di Arjuna, Krishna conduce il carro tra i due eserciti, ‘senayor ubhayor madhye ratham sthapaya me acyuta’ (Bg. 1.21-22). Arjuna è molto rispettoso verso Krishna, sebbene Krishna abbia accettato una posizione inferiore come conducente di carro. Krishna è seduto in una posizione meno elevata e tiene le redini in mano, mentre Arjuna siede sul trono del carro.

Questa posizione è molto favorevole per il servizio devozionale. Coloro che non sono devoti aspirano a diventare Krishna. La loro aspirazione è fondersi nell'esistenza del Supremo o diventare uno con Krishna. Tuttavia nel servizio devozionale non è desiderio del devoto di diventare uguale a Krishna, ma di far sì che Krishna talvolta diventi il portatore degli ordini del devoto. Diventare “uno” con Krishna può essere una posizione molto elevata; ma diventare il comandante di Krishna è un’altra cosa. Questa posizione è più elevata che diventare una cosa sola con Krishna.

Ci sono cinque tipi di liberazione. Sayujya significa diventare uno col Supremo – i filosofi mayavada, i monisti, aspirano a sayujya-mukti; ma non i devoti. Per loro, ci sono altri quattro tipi di mukti – sarupya, salokya, sarsti e samipya – ma coloro che sono più avanzati spiritualmente non vogliono questi cinque tipi di mukti – infatti non desiderano alcun tipo di mukti. Proprio come Caitanya Mahaprabhu, che prega: ‘Na dhanam na janam na sundarim kavitam va jagadisa kamaye’ (Cc. Antya 20.29, Sikshastaka 4). Questa è una preghiera puramente devozionale. I devoti non si avvicinano al Supremo per un guadagno materiale. Pura devozione significa non avere aspirazioni per alcun tipo di guadagno materiale o perfino spirituale.

anyabhilasita-sunyam
jnana-karmady-anavritam
anukulyena Krishnanu-
silanam bhaktir uttama

(Bhati-rasamrita-sindhu 1.1.11)

‘Uttama-bhakti’ significa: bhakti di prima classe; e ‘anyabhilasita-sunyam’ significa: senza alcun tipo di desiderio se non servire il Signore. Anche nello Srimad-Bhagavatam è detto, ‘sa vai pumsam paro dharmah’. ‘Parah’ significa trascendentale, al di là di questa concezione materiale. Krishna, o l’Assoluto, o Narayana, è ‘para’ – ‘narayanah parah avyaktat’. Narayana non ha niente a che fare con questo mondo materiale. La parola ‘nirakara’ significa che la Sua forma non è di questo mondo ma è trascendentale – ‘sac-cid-ananda-vigrahah’ (Bs. 5.1). ‘Nirakara’ non significa un forma materiale come la nostra, che è priva della triplice felicità di ‘sac-cid-ananda’. Infatti, il corpo materiale è ‘asat-acit-nirananda’, esattamente l’opposto.

Pertanto, quando nella letteratura vedica o nelle affermazioni autorizzate troviamo la parola “nirakara”, significa che la Sua forma non appartiene ad ‘asat-acit-nirananda’, ma è trascendentale, ‘divyam’ – ‘janma karma me divyam’. Anche Sripada Sankaracarya, che predicava soprattutto l’impersonalismo, ammette che: “La forma di Narayana è oltre la portata di questa materia manifestata, avyaktat” – ‘narayanah parah avyaktat’.

‘Avyaktad anya-sambhavah’. Questo mondo è un’altra creazione di ‘avyakta’; ma al di là di questa avyakta, c’è un’altra natura che è spirituale. Ciò è spiegato nella Bhagavad-gita (8.20), ‘paras tasmat tu bhavah anyah avyaktah avyaktat sanatanah’: “Esiste un’altra natura non manifestata, che è eterna e trascende la natura manifestata e non manifestata”.

Quindi, in questa situazione Arjuna ordina ‘ratham sthapaya me acyuta’: “O infallibile (acyuta), ti prego, conduci il mio carro tra i due eserciti”. Krishna è ‘acyuta’, e non ‘cyuta’. La parola ‘cyuta’ indica coloro che sono caduti nel mondo materiale. Siamo tutti ‘cyuta’. Siamo caduti nel mondo materiale e pertanto abbiamo accettato questo corpo materiale. ‘Iccha-dvesa-samutthena sarge yanti parantapa’.

(‘O vincitore dei nemici, tutti gli esseri nascono nell'illusione, sopraffatti dalla dualità del desiderio e dell’avversione’). ‘Iccha’ significa desiderio, e ‘dvesa’ significa invidia. ‘Iccha-dvesa-samutthena’. Quando si diventa invidiosi di Krishna e si desidera godere di questo mondo materiale, allora si entra in questa creazione materiale. ‘Iccha-dvesa-samutthena sarge yanti parantapa’, sopraffatti dall'illusione e dalla dualità.

Ognuno di noi, che è in questo mondo materiale, ha quindi un corpo materiale – iniziando da Brahma fino alla minuscola formica. Nella Brahma-samhita (5.54) è detto: ‘tv indra-gopam athavendra-maho sva-karma-bandhanurupa-phala-bhajanam atanoti’. C’è un minuscolo insetto che in Sanscrito è chiamato ‘indra-gopa’; ha le dimensioni di un microbo e non può essere visto a occhi nudi. Così questo microbo si chiama ‘indra’, ma c’è un altro Indra, il re dei cieli [pianeti celesti].

Nella Brahma-samhita è dunque detto che iniziando da Indra, il re dei cieli, fino all’insetto indra-gopa, ognuno è soggetto a godere o a soffrire l’azione risultante del suo karma. Per la conseguente reazione del karma, uno è diventato il re del cielo, e per karma l’altro è diventato un insetto microbico. Questo è il mondo materiale. Ci sono 8.400.000 specie o forme di questo corpo materiale, e noi stiamo vagando, ‘sarva-gata’, in pianeti diversi, in forme diverse. Questo è il mondo materiale. E in questo mondo, qualunque forma possiamo avere, abbiamo un attaccamento per questo corpo. Non solo attaccamento; siamo tutti convinti che “Io sono questo corpo”. Questa è la concezione materiale della vita.

E questo è ciò che accadde ad Arjuna sul campo di battaglia: identificarsi con il corpo. Dopo aver posizionato il carro tra le due parti, ‘senayor ubhayor madhye ratham sthapaya me acyuta’ (Bg. 1.21), e pensando di appartenere alla famiglia Kuru – i suoi parenti, i cugini, i nipoti e il nonno schierati dalla parte opposta – si rifiutò di combattere. Poi fu molto turbato: “Devo uccidere i miei parenti? No, no, non è possibile, non combatterò”.

Questo è lo scenario della Bhagavad-gita, e Krishna era molto insoddisfatto. Naturalmente, Arjuna recitava la parte di un’anima condizionata. E l’anima condizionata è convinta di essere il corpo – questa è vita animale. Negli shastra è detto: “Chiunque s’identifichi con questo corpo materiale non è migliore di una mucca o di un asino”. ‘Sa eva go-kharah’ (SB 10.84.13). ‘Go’ significa mucca e ‘khara’ significa asino.

yasyatma-buddhih kunape tri-dhatuke
sva-dhih kalatradisu bhauma ijya-dhih
yat-tirtha-buddhih salile na karhicij
janesv abhijnesu sa eva go-kharah

[“Colui che s’identifica col corpo inerte composto di bile, muco e aria, che presume che sua moglie e la famiglia siano permanentemente sue, che pensa che un’immagine terrena o che la terra della sua nascita sia degna di adorazione, o che vede in un luogo di pellegrinaggio della semplice acqua, ma che non s’identifica mai con il suo vero sé, né onora o visita i saggi nella verità spirituale – una tale persona non è migliore di una mucca o di un asino”.]

‘Yasya’ (colui che). Chiunque s’identifichi con questo corpo, che è fatto di ‘tri-dhatuke’ (i tre elementi di base)... Secondo il sistema medico dell’ Ayurveda, questo corpo è un prodotto di ‘kapha, pitta, vayu’ (muco, bile, aria). Ossia, nella nostra scienza medica, anatomia e fisiologia moderna, questo corpo è una combinazione di ossa, muscoli, pelle, sangue, urina e feci. È tutto. Perciò gli shastra affermano (SB 10.84.13): “Se qualcuno pensa di essere queste ossa, carne, sangue, urina, feci…”, ‘yasyatma-buddhih kunape tri-dhatuke’; pensa di essere il prodotto di queste ossa e carne, ‘sva-dhih kalatradisu’...” – perché in questo mondo materiale abbiamo una relazione con ‘kalatra’, che significa moglie e famiglia.

Kalatra, kalatradisu, “cominciando dalla moglie”. La moglie procrea tanti bambini, e quindi la moglie è l’inizio, ‘adi’. Allora, ‘sva-dhih kalatradisu’: “Mia moglie, i miei figli e i miei parenti sono la mia famiglia”. Anche un grande economista come il signor Marshall afferma che lo sviluppo economico inizia dall'attaccamento familiare. Perciò, a meno che non si pensi di dover mantenere la moglie, i figli, la famiglia, non si può parlare di sviluppo economico. Questo è lo stimolo. Perciò, ‘yasyatma-buddhih kunape tri-dhatuke sva-dhih kalatradisu e bhauma ijya-dhih’ (SB 10.84.13).

Le persone che adorano la terra in cui sono nate ma che non hanno interesse ad associarsi con i saggi esperti nella conoscenza trascendentale, sono dette ‘go-khara’ – mucche e asini. Così Arjuna recitava la parte di un ‘go-khara’. Nel campo di battaglia di Kurukshetra interpretava la parte di una persona comune che identifica il proprio sé con il corpo, e perciò ha bisogno di essere istruito. Non solo, egli fu così sopraffatto che rinunciò ad arco e frecce e si sedette, risoluto a non combattere. Non solo abbandonò il suo dovere di kshatriya, ma stava anche piangendo: “Oh, dovrò uccidere i miei parenti, no, non è possibile, non posso farlo”.

Questo è il sunto della situazione nel primo capitolo della Bhagavad-gita. Ora, ‘sanjaya uvaca’, Sanjaya sta parlando a Dhritarastra mentre osserva il campo di battaglia nel suo cuore. Questo è un altro tipo di televisione; un’arte evoluta che egli apprese per la grazia di Vyasadeva. È come vedere la televisione che trasmette direttamente dal campo di battaglia. Il re Dhritarastra era cieco, e il suo segretario, Sanjaya, stava parlando mentre vedeva le attività sul campo di battaglia. Allora Dhritarastra chiese (Bg. 1.1):

dharma-kshetre kuru-kshetre
samaveta yuyutsavah
mamakah pandavas caiva
kim akurvata sanjaya

Chiese a Sanjaya: “Che cosa hanno fatto?” ‘Kim akurvata sanjaya’. Questa era la domanda. Dopo aver descritto la disposizione sul campo di battaglia, Sanjaya continua a parlare. Talvolta la Bhagavad-gita è male interpretata riguardo a questa battaglia; voglio dire, che molti fraintendono la frase ‘dharma-kshetre kuru-kshetre” attribuendogli il significato di “questo corpo”. Ma noi non interpretiamo erroneamente in questo modo, semplicemente presentiamo la Bhagavad-gita così com'è. Non cambiamo nulla con la nostra immaginazione, né per capriccio o speculazione; non interpretiamo le parole della Bhagavad-gita secondo il nostro desiderio. No.

In realtà, dal punto di vista letterario, l’interpretazione è necessaria quando le cose non sono comprese molto chiaramente. In tribunale, l’interpretazione degli avvocati davanti al giudice è richiesta se i termini non sono molto chiari; allo stesso modo è richiesta tra i soci e la società di studiosi eruditi. Ma non è necessaria quando le cose sono molto chiare; così come non c’è bisogno di una lampada per mostrare la luce del sole. Il sole è auto-splendente, la sua luce è già presente. Perché si dovrebbe usare una lampada per mostrare il sole? Questa interpretazione errata ha ucciso lo spirito, o la vera essenza, della Bhagavad-gita.

Ci sono così tante edizioni e interpretazioni errate. In questo movimento per la coscienza di Krishna, la nostra proposta è di presentare la Bhagavad-gita così com'è, senza interpretare erroneamente. Perciò, ‘dharma-kshetre kuru-kshetre’. Il luogo santo di Kurukshetra è il ‘dharma-kshetra’, il luogo in cui vengono eseguite le rappresentazioni rituali religiose. ‘Kuru-kshetre dharmam acaret’. Questa è la versione vedica. Il luogo di Kurukshetra è sempre presente. Tuttora la gente va in pellegrinaggio a Kurukshetra. Perché si dovrebbe interpretare che ‘kuru-kshetra’ significa questo corpo, e che i Pandava significano ‘panca-indriya’ (i cinque sensi), e molte altre cose? Non c’è bisogno di alcuna interpretazione. E Mahabharata significa “La storia della grande India”. Questo è il Mahabharata. È storia, non una finzione.

Questo pianeta era precedentemente noto come Bharata-varsa. L’intero pianeta, e non il pezzo di terra che ora chiamiamo Bharata-varsa [India]. E prima ancora il pianeta era conosciuto come Ilavrita-varsa; fu chiamato Bharata-varsa solo dopo il regno di Maharaja Bharata, figlio di Rishabhadeva. In realtà Bharata-varsa significa l’intero pianeta, anche se successivamente è stato suddiviso in varie parti, come l’America, l’Asia e l’Europa.

Inoltre, l’intero pianeta era controllato dalla cultura vedica, che ormai è andata perduta. Fino al tempo di Maharaja Pariksit, il mondo intero era controllato da un solo re che risiedeva a Nuova Delhi, Hastinapura. Non c’era nessun altro regno, e sul campo di battaglia le persone venivano da tutte le parti del mondo, unendosi sia all'una o all'altra parte. Questo era dunque il quadro della battaglia di Kurukshetra, e Krishna, su ordine di Arjuna, condusse il carro tra i due eserciti.

Dopo aver visto gli eserciti e i re della parte opposta, Arjuna è talmente afflitto che si rifiuta di combattere e, piangendo, siede sul carro. In quel momento Dhritarastra chiede a Sanjaya: “Cosa è successo dopo?” Dhritarastra è molto ansioso e dice ‘dharma-kshetre kuru-kshetre samaveta yuyutsavah’ (Bg. 1.1):

dhritarastra uvaca
dharma-kshetre kuru-kshetre
samaveta yuyutsavah
mamakah pandavas caiva
kim akurvata sanjaya

‘Mamakah pandavas caiva’. “O Sanjaya, che cosa hanno fatto i miei figli (mamakah), e i figli di Pandu (pandavas), ora che sono entrambi desiderosi di combattere?”. Qui è usata la parola ‘yuyutsavah’, “ora che si sono riuniti per combattere”. Perciò, perché chiedere ‘kim akurvata’? “Che cosa hanno fatto?” È naturale concludere che quando due si radunano per combattere, dovrà esserci la lotta.

Perché sta chiedendo ‘kim akurvata’? Il sospetto era che, poiché le parti si erano riunite nel dharma-kshetra, avrebbero potuto cambiare le loro idee. Tuttora, in India, se ci sono due parti in lotta, queste non osano mentire trovandosi nel tempio o in un luogo santo. Riunendosi nel tempio è possibile risolvere la lotta e l’incomprensione. Dhritarastra quindi pensava che forse le due parti avrebbero trovato un accordo, e questo a lui non piaceva. Voleva che i Pandava fossero uccisi dai suoi figli, ossia, che i Kaurava uscissero vittoriosi in modo che non avessero più nemici. Era molto ansioso di mettere i suoi figli sul trono, perché lui era cieco e non poteva acquisire il trono. Dopo la morte di suo fratello minore, che era situato sul trono, Dhritarastra pensò: “Non avendo io l’opportunità di sedere sul trono, perché non dovrebbero sedervi i miei figli? È di fatto un loro diritto”.

Questo è lo scenario della battaglia di Kurukshetra. Dhritarastra stava sempre escogitando un mezzo per separare i figli di Pandu, suoi nipoti, dai suoi figli che si sarebbero seduti sul trono. Questa era la sua idea. Perciò chiese, ‘kim akurvata’. Altrimenti, non c’era bisogno di fare questa domanda; si erano là riuniti per combattere, e avrebbero combattuto. Ma sospettava, “Se avessero fatto un compromesso?” Questo non gli piaceva, voleva il combattimento: “Sono solo cinque fratelli e i miei figli sono cento; saranno uccisi e i miei figli regneranno senza rivali”.

Questo è lo sfondo di Kurukshetra. Ma il dharma-kshetra è un’altra cosa, e il suo effetto era visibile in Arjuna perché è devoto di Krishna. ‘Yasyasti bhaktir bhagavaty akincana sarvair gunais tatra samasate surah’(SB 5.18.12): “Tutte le qualità elevate si manifestano nella persona che ha sviluppato un amore puro per Dio. Ma chi è privo di devozione e s’impegna in attività materiali non possiede alcuna qualità”. Poiché è un devoto di Krishna, egli pensava: “Perché dovrei uccidere i miei fratelli?” Perché era un devoto. Questo sentimento affiorò nella mente di Arjuna e non nella parte opposta, Duryodhana, benché entrambi si trovassero in dharma-kshetra.

L’effetto del dharma-kshetra si manifestò nel corpo di Arjuna, ma non in Duryodhana. Se una persona è pura, allora gli effetti del dharma si manifestano molto rapidamente. ‘Na mam duskritino mudhah prapadyante naradhamah’ (Bg. 7.15). Krishna spiega che i miscredenti e gli stolti, quelli la cui vita è solo peccaminosa, ‘duskritinah’, non si arrendono a Lui. ‘Kriti’ significa “colui che ha un buon cervello”; ma ‘duskritinah’ è “colui che applica il proprio cervello in attività disoneste” – sebbene sia richiesta una certa intelligenza anche in queste attività.

Similmente, anche per compiere attività pie richiede una buona intelligenza; ma coloro che applicano il cervello solo per attività disoneste, sono chiamati ‘duskritinah’. ‘Na mamma duskritino mudhah’. Perché lo fanno? Perché sono ‘mudhah’, stolti mascalzoni. Se uno ha un buon cervello, dovrebbe applicarlo per un buon lavoro, ma a volte esso è utilizzato per altre occupazioni – proprio come un ladro. Un ladro ha un buon cervello, ma con le sue attività disoneste rende le persone infelici. Non è l’uso corretto, e queste persone sono dette ‘jnana-khala’ [hanno conoscenza ma non la insegnano]. Chi ha una buona conoscenza, dovrebbe utilizzarla per uno scopo migliore

L’effetto di Kurukshetra, dharma-kshetra, era quindi visibile nella persona di Arjuna, non nella persona di Duryodhana. Questa è la differenza. Perciò Arjuna piangeva: “Mi trovo nella posizione di dover combattere e uccidere i miei fratelli, i miei nipoti, mio #8203;#8203;nonno”. Era grandemente afflitto. Benché possa apparire come una debolezza, in realtà non lo è. È compassione. Arjuna non era un vigliacco, né era meno eroico della parte avversaria. La sua era compassione, perché era un devoto. I devoti sono ‘para-duhkha-duhkhi’: sono infelici nel vedere gli altri infelici. Questo è il sintomo del devoto. Ma, solitamente, una persona diventa infelice nel vedere qualcuno felice. ‘Matsarata’ [intolleranza e invidia per il progresso altrui]. Questa è la situazione nel mondo.

Nel vedere che mio fratello è felice e migliorato nelle sue condizioni materiali, allora divento infelice: “Lui è progredito, ed io no”. Questa è la civiltà materiale. Tutti sono invidiosi, ‘grihamedhi’. Sia tra le persone in generale sia tra i vicini di casa, la simpatia è espressa solo a parole. In realtà, tutti sono invidiosi. Uomini d’affari con altri uomini d’affari, nazioni con altre nazioni. Questo è il mondo materiale. Perciò il progresso spirituale è per la persona che non è invidiosa. Non invidiosa. ‘Paramo nirmatsaranam satam vastavya-vastu vedyam’. (SB 1.1.2)
Nello Srimad-Bhagavatam è detto che se vuoi conoscere la verità più elevata, ‘vastavya-vastu’, devi diventare al cento per cento puro di cuore, ‘paramo nirmatsaram’. ‘Matsara’ significa invidioso, e ‘nirmatsara’, non invidioso. Perciò Vyasadeva dichiara: ‘dharmah projjhita-kaitavo tra paramo nirmatsaranam’ (SB 1.1.2). Nell'introduzione del Bhagavatam, Vyasadeva enuncia: “ Chi sono i candidati per comprendere questa scienza di Dio, lo Srimad-Bhagavatam?” Non è per le persone che sono impigliate nell'ingannevole sistema religioso. Ingannare, ‘dharmah kaitavah’. ‘Kaitava’ significa ingannare. Così il sistema religioso di tipo ingannevole è escluso da questo libro, lo Srimad-Bhagavatam, che è destinato a coloro che non sono invidiosi, ‘paramo nirmatsaranam satam’. ‘Vastavya-vastu’ (la realtà più elevata, distinta dall'illusione) è per chi vuole conoscere la vera realtà, non quella falsa. In questo mondo materiale, tutto è falsa realtà.

Come quando si cerca di trovare l’acqua nel deserto. Questo è l’esempio: Il miraggio è falso, non c’è acqua; ma l’animale vede una vasta distesa d’acqua, e la insegue e muore. Così, anche in questo mondo materiale, ognuno di noi sta inseguendo un falso miraggio, dicendo, “c’è felicità, c’è felicità”. Questa è chiamata condizione materiale, e noi siamo invidiosi. Questa è la posizione, e perciò Krishna inizia la Bhagavad-gita per uscire dall'ignoranza e l’invidia, e questo è il principio basilare della Bhagavad-gita. Ne discuteremo ancora domani. Grazie mille".


Fine.




[segue un'altra lezione sullo stesso verso]


RKC Mayapur
Amministratore

RKC


Estero


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Inserito il - 06/12/2018 : 10:00:45  Mostra Profilo  Rispondi Quotando




LEZIONE*
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada
tenuta ad Ahmedabad il 7 Dicembre 1972

"tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah

Sanjaya disse: “Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto triste, Madhusudana, Krishna, gli rivolge queste parole”.

‘Madhu-kaitabha-ari’. Krishna è qui chiamato Madhusudana, l’uccisore del demone Madhu; e Arjuna, essendo disturbato a causa di relazioni basate sul corpo, è attaccato dal demone della dimenticanza al suo dovere. Questa è la nostra situazione nel mondo materiale: siamo oppressi dalle relazioni basate sul corpo, come se fossimo tormentati da fantasmi. Nell'opera poetica, ‘Prema-vivarta’, è detto, ‘pisaci paile yena mati-cchanna haya, maya-grasta jivera haya se bhava udaya’. ‘Maya-grasta jiva’ – maya significa illusione, allucinazione. Essere illusi significa accettare come reale qualcosa che non lo è; proprio come in un sogno, in cui siamo attaccati da una tigre, o siamo decapitati, o ci accadono molte altre cose. In realtà non c’è nessuna tigre e la testa non è tagliata, ma con spavento gridiamo: “La tigre, la tigre!”

L’attaccamento a questo mondo è simile a un sogno, a un’illusione. Siamo talmente attaccati che pensiamo: “Senza di me andrà tutto in rovina, la mia presenza è necessaria”. Talvolta i leader politici pensano che senza di loro la situazione andrà in rovina. Anche Mahatma Gandhi era attaccato e non voleva ritirarsi dalla vita politica – finché non fu ucciso. Pensava che senza di lui niente potesse andare avanti. Ma anche dopo la morte di Gandhi o di Jawaharlal Nehru o di altri famosi leader, il mondo è andato avanti. Un proverbio bengali dice: “È morto il re, ma non il regno”. Il regno va avanti, eppure, finché il re o la persona in carica rimane, pensa che “senza di me andrà tutto in rovina”. Questa è maya, illusione.

Secondo il sistema vedico, perciò, si deve accettare la rinuncia. Nessuno vuole lasciare la famiglia, ma l’ingiunzione vedica è che dopo i cinquantanni bisogna ritirarsi dalla vita di famiglia. ‘Pancamsordhvam vanam vrajet’. All'inizio un ragazzo è educato nella vita da studente come brahmacari, sottoponendosi a severe austerità e penitenze e prendendo istruzioni dal maestro spirituale sull'esistenza temporanea di questo mondo materiale. Se, dopo essere stato così educato, è ancora attaccato al mondo, gli è permesso di tornare a casa e di sposarsi; mentre ad altri è permesso di rimanere a casa del guru come ‘naisthika-brahmacari’ senza accettare una moglie.

Ma se non è in grado di farlo, allora può sposarsi e rimanere nella vita di famiglia per venticinque anni – perché il brahmacari torna a casa all'età di venticinque anni. Dopo venticinque anni in famiglia, quando i figli sono cresciuti, marito e moglie lasciano la casa perché vanaprastha e vanno nei luoghi di pellegrinaggio come Vrindavana o Prayaga. Dopo aver viaggiato per due mesi nei luoghi santi, ritornano a casa; e dopo due mesi il marito se ne va di nuovo lasciando la moglie alle cure del figlio. Lo scopo è di distaccarsi dalla vita di famiglia e da questo mondo (vanaprastha); e quando l’addestramento è terminato, allora prende sannyasa. Questo è il nostro sistema vedico.

L’attaccamento a questo mondo materiale è molto forte, come spiegato da Rishabhadeva nello Srimad Bhagavatam (5.5.8): ‘pumsah striya mithuni-bhavam etami’, il principio di base del mondo materiale è l’attrazione tra uomo e donna, attaccamento e impulso sessuale; ‘tayor mitho hridaya-granthim ahuh’, e quando sono uniti, si forma uno stretto nodo nel cuore; e allora, ‘ato griha-kshetra-sutapta-vittair janasya mohah’, gradualmente, si attaccano alla casa e alla terra, e pensano in termini di “io e mio”, ‘yam aham mameti’. In passato non esisteva l’industria e tutti avevano bisogno della terra per produrre il cibo, ‘griha-kshetra’; e quindi ‘suta’, i figli; ‘apta’, gli amici e i parenti; e ‘vitta’, il denaro, senza il quale è impossibile mantenersi. In questo modo l’essere accresce la sua illusione, ‘janasya mohah’, e pensa in termini di “io e mio”, ‘yam aham mameti’. Diventa sempre più illuso, e pensa, “Questa è la mia famiglia, la mia casa, i miei figli, la mia nazione”, e così via, e “Io sono questa persona, io sono questo corpo”. Questa è illusione.

Così anche Arjuna sembra che sia nell'illusione, “come posso combattere e uccidere i miei fratelli e mio nonno?” È sopraffatto dalla compassione per i membri della sua famiglia, ‘tam tatha kripayavistam’ (2.1), ed è illuso senza necessità; ‘asru-purnakuleksanam’, ha gli occhi pieni di lacrime, e ‘visidantam idam vakyam’, si lamenta, “come posso combattere?” Vedendo il Suo amico così confuso, Krishna inizia a parlare, volendo uccidere il demone dell’illusione, e perciò, qui è chiamato Madhusudana.

Krishna scende in questo mondo per soddisfare due scopi: ‘paritranaya sadhunam vinasaya ca duskritam’ (Bg. 4.8), annientare i miscredenti e proteggere i devoti. Nella Bhagavad-gita (9.30) i devoti di Krishna sono menzionati come sadhu – ‘api cet su-duracaro bhajate mam ananya-bhak, sadhur eva sa mantavyah’. Chi è rigorosamente impegnato nel puro servizio devozionale deve essere considerato santo, perché è situato sulla giusta via. Non importa se è un grihasta. Di solito si pensa che un sadhu porti l’abito arancione; e invece no, la qualificazione del sadhu è che deve essere un puro devoto di Krishna. ‘Sadhavah sadhu-bhusanah’(SB 3.25.21): “Il sadhu si attiene alle Scritture ed è decorato con qualità sublimi”.

‘Sri bhagavan uvaca’, ora Krishna inizia a parlare. Bhagavan è colui che possiede al completo le sei opulenze, e Krishna significa “supremamente attraente”.

isvaryasya samagrasya, viryasya yasasah sriyah
jnana-vairagyayas caiva, sannam bhaga itingana
(Vishnu Purana 6.5.47)

“Il Signore possiede al completo le sei opulenze: forza, fama, ricchezza, conoscenza, bellezza e rinuncia”.

‘Krishnas tu bhagavan svayam’ (SB 1.3.28): Krishna è Dio, il Signore Supremo nella Sua forma primordiale. Altre grandi personalità, come Siva, sono chiamate Bhagavan, e talvolta anche Brahma, Narada e altri. Ma il vero Bhagavan è Krishna; gli altri sono Bhagavan solo parzialmente. Tutti questi aspetti sono stati analizzati con cura da Srila Rupa Gosvami nel “Nettare della devozione”, concludendo che Krishna è al cento per cento Bhagavan, Narayana è al novantaquattro per cento, Siva è all'ottantaquattro per cento, e ogni altro essere vivente è Bhagavan al settantotto per cento.

Significa che quando si giunge alla perfezione della vita, allo stadio spirituale, allora otteniamo le qualità di Bhagavan, ma in minuta quantità e non tutte – solo l’ottanta o il settantotto per cento. Tutto questo è stato ben esaminato nel ‘Nettare della devozione’. Nello Srimad Bhagavatam c’è una lista di tutte le incarnazioni, con le Loro attività e lo scopo per cui sono apparse. In questa lista c’è il nome di Ramacandra, Buddha, e anche Krishna e Balarama; ma nella parte conclusiva Vyasadeva dichiara, ‘ete camsa-kalah pumsah krishnas tu bhagavan svayam’ (SB 1.3.28): “A parte Krishna, tutti gli altri sono Sue emanazioni plenarie o emanazioni di queste emanazioni”.

Amsa-kalah: ‘amsa’ è un’emanazione diretta o primaria, e ‘kalah’ è un’emanazione indiretta o secondaria. Perciò tutte le incarnazioni sono amsa o kalah; tuttavia, ‘krishnas tu bhagavan svayam’, Krishna è Dio, la Persona Suprema primordiale.

Pertanto, qui Vyasadeva scrive: ‘sri bhagavan uvaca’. Bhagavan parla, e non è una persona ordinaria. Chi è Bhagavan? ‘Aisvarya’ significa ricchezza; nessuno può essere più ricco di Bhagavan. Noi abbiamo la nostra idea di ricchezza. Io sono molto ricco, ma tu sei più ricco di me e qualcun altro è ancora più ricco di te, e così via. Se continueremo la nostra ricerca, infine scopriremo che la persona più ricca è Bhagavan. Egli possiede tutte le ricchezze al completo, non parzialmente. Qualcuno può avere mille, e un altro può avere un ‘lakh’ o un ‘crore’, ma nessuno può dire di avere tutto il denaro. Non è possibile. [un lakh: 100.000; un crore: 100 lakh]

Ma Bhagavan possiede tutta la ricchezza e tutta la forza: ‘aisvaryasya samagrasya viryasya’, ed è il più famoso, ‘yasasah’. Ci sono molte personalità famose, ma nessuna quanto Bhagavan, Krishna. Cinquemila anni fa Egli ha enunciato la Bhagavad-gita, e la Sua reputazione è così grande che ancora oggi questo testo è conosciuto in tutto il mondo, non solo in India, e ne esistono numerose edizioni. Perciò, ‘aisvaryasya samagrasya viryasya yasasah sriyah’ (Vishnu Purana). Krishna è il più attraente e possiede tutta la bellezza e la conoscenza, ‘jnana’. Questo libro di conoscenza che ci ha dato, la Bhagavad-gita, non ha paragoni; non esiste un altro libro nel mondo che contenga tanta conoscenza. E benché sia il più ricco, Egli è anche il più rinunciato, ‘vairagya’.

Nonostante ciò, Krishna non se ne cura molto di essere il proprietario di tutta la creazione materiale, perché è sempre impegnato nel mondo spirituale. ‘Radha-madhava kunja-bihari’. È impegnato a Vrindavana con i Suoi numerosi servitori. Così come i grandi uomini di questo mondo hanno molti servitori, segretari e assistenti, similmente Egli ha i Suoi rappresentanti, come Brahma, Vishnu e Mahesvara, che amministrano gli affari dell’universo – mentre Lui Si diverte a Vrindavana senza la preoccupazione di amministrare personalmente le cose. Solo se si presenta qualche problema nella gestione dell’universo, allora Egli viene nella Sua forma di Vasudeva, e non nella forma originale di Krishna, perché il Krishna originale non lascia mai Vrindavana. ‘Padam ekam na gacchati’, Egli rimane sempre nella Sua dimora.

cintamani-prakara-sadmasu kalpa-vriksa-
laksavritesu surabhir abhipalayantam
laksmi-sahasra-sata-sambhrama-sevyamanam
govindam adi-purusam tam aham bhajami

“Adoro Govinda, il Signore primordiale, il primo progenitore. Egli porta al pascolo tutte le mucche, soddisfa tutti i desideri, e, in dimore fatte di gemme spirituali e circondate da milioni di alberi dei desideri, è sempre servito con grande reverenza e affetto da centinaia di migliaia di lakshmi o gopi”. (Brahma-samhita 5.29)

Egli è molto affezionato alle Sue mucche, ‘surabhir abhipalayantam’, ed è circondato da centinaia di migliaia di dee della fortuna, le gopi. Noi preghiamo la dea della fortuna per ottenere un favore, ma nel mondo spirituale Krishna è servito da innumerevoli dee della fortuna. Questa è la posizione di Krishna. Perché gli sciocchi non capiscono chi è Dio? Non solo conosciamo il nome, l’indirizzo e le attività di Dio, ma Egli viene anche personalmente. Ciò prova che Krishna è Dio, la Persona Suprema, e quando era presente, lo dimostrò – ‘aisvaryasya samagrasya viryasya yasasah sriyah’.

Dimostrò di essere Dio: aveva migliaia di mogli, e ognuna viveva in un palazzo di marmo e pietre preziose e giardini di fiori parijata. È tutto descritto. Nessuno può mantenere sedicimila mogli in sedicimila palazzi; e non solo, espandendosi in sedicimila forme, Egli viveva contemporaneamente in ogni palazzo con ognuna delle Sue mogli. Ogni moglie viveva in modo confortevole e aveva dieci figli, e ognuno di essi aveva altri dieci figli, i Suoi nipoti. In questo modo la famiglia di Krishna, conosciuta come Yadu-vamsa, era formata da più di un ‘crore’ (un milione) di persone.

Osservando dal punto di vista materiale, si può affermare che, quand'era presente, Krishna dimostrò di essere Bhagavan. E Bhagavan non significa una grande barba e meditazione. Egli non è diventato Bhagavan con la meditazione. Non è un Dio inventato, ma è eternamente Dio. Non è stato fabbricato. Quando era sulle ginocchia di madre Yasoda, Egli era Dio. La demonessa Putana venne per ucciderLo; ma il neonato Krishna uccise lei. Leggendo la Sua vita vediamo che Egli ha dimostrato di essere Bhagavan, e anche tutte le grandi autorità Lo hanno accettato come Bhagavan.

Nella recente tradizione vaisnava ci sono quattro acarya principali; e anche l’acarya mayavada, Sankaracarya, sebbene fosse incline all’aspetto impersonale del Signore, accettò Krishna come Dio, il Signore Supremo, Narayana – ‘bhagavan svayam krisnah’. E anche altri vaisnava acarya – come Ramanuja, Madhva, Vishnu Svami, Nimbarka e in seguito Sri Caitanya – accettarono Krishna come Dio, il Signore Supremo. E anche Arjuna, dopo aver ascoltato da Lui la Bhagavad-gita, Lo accettò come Dio, il Signore Supremo. ‘Param brahma param dhama pavitram paramam bhavan, purusham sasvatam’ (Bg. 10.12).

Krishna quindi è accettato universalmente come il Signore Supremo. Perché le persone continuano a chiedersi “dov'è Dio?” Perché si sforzano inutilmente di cercare Dio? Ecco Dio, Krishna, ‘bhagavan uvaca’. Non c’è motivo di non accettare Krishna come Dio. Personalmente Krishna dichiara: ‘mattah parataram nanyat kincid asti dhananjaya’ (Bg. 7.7): “Non esiste verità superiore a Me”. ‘Aham sarvasya prabhavah’ (Bg. 10.8): “Sono l’origine di ogni cosa”. ‘Aham adir hi devanam’ (Bg. 10.2): “Sono l’origine degli esseri celesti”.

Ci sono numerosi versi che affermano che Krishna è Dio, la Persona Suprema. Se si è veramente seri nel conoscere Dio, allora non troveremo difficoltà; ma poiché siamo ostinati, peccaminosi, i più bassi del genere umano, atei e illusi da maya, non accettiamo Krishna come Dio, il Signore Supremo. Altrimenti, non ci sarebbe motivo. Perciò Krishna dichiara: ‘na mam duskritino mudhah prapadyante naradhamah’ (Bg. 7.15). E finché si rimane ‘duskritina’, miscredenti, e conduciamo una vita di peccato, non possiamo accettare Krishna come Dio, il Signore Supremo.

Lo scopo del movimento per la coscienza di Krishna è di predicare in tutto il mondo: “Voi avete una civiltà e una conoscenza scientifica avanzata, ma vi manca qualcosa – Dio, Krishna. Perciò, ecco Dio, Krishna. Se cercherete di conoscere Krishna ed essere coscienti di Krishna, farete della vostra vita un successo”. Questa è la nostra propaganda. Grazie molte. Hare Krishna. Ci sono domande?

Ospite: Se eseguo onestamente e sinceramente il mio dovere, diventerò un devoto perfetto?

Prabhupada: Se nella vita fai in modo di sentire a ogni passo la presenza di Krishna, allora questa è coscienza di Krishna. Questo è yoga di prima classe ed è confermato da Krishna: “Tra tutti gli yogi chi con grande fede dimora sempre in Me, pensa a Me e Mi offre il suo servizio con amore e devozione, è intimamente unito a Me nello yoga ed è il più elevato di tutti”. (Bg. 6.47)

Come questi ragazzi, che sono educati a pensare a Krishna ventiquattro ore, ‘kirtaniyah sada harih’. Come noi, che abbiamo costruito questo tempio perché la nostra occupazione è di predicare la coscienza di Krishna. Anche l’energia per costruire il tempio è Krishna. ‘Nirbandhah krisna-sambandhe yuktam vairagyam ucyate’. Se agiamo sempre per la soddisfazione di Krishna, allora questo è definito ‘vairagya’, rinuncia.
È giusto che un uomo sia impegnato in un’occupazione, ma il frutto del suo lavoro deve essere per Krishna, e allora, ‘sva-karmana tam abhyarcya’ (Bg. 18.46) – se l’uomo adora il Signore, mentre è impegnato in un’attività secondo la sua natura, raggiungerà la perfezione. Questo è ‘sva-karmana’, il compimento dei propri doveri.

Di solito, ognuno lavora per la propria gratificazione dei sensi o per soddisfare la famiglia, la società o la nazione. Questo significa materialismo. Ma se la stessa cosa è compiuta per la soddisfazione di Krishna, allora si è sulla piattaforma spirituale. Questa è la differenza tra ‘prema’ e ‘kama’ – amore e lussuria. Kaviraja Krishnadasa spiega: ‘atmendriya-priti-vancha tare bali kama’ (Cc. Adi 4.165); ‘atmendriya-priti’, per il piacere dei propri sensi. Se cerchi la gratificazione dei tuoi sensi, allora questa è lussuria, kama; e se desideri soddisfare i sensi di Krishna, allora questo è amore, prema. Nella coscienza di Krishna ogni attività è diretta a Krishna.

Come Arjuna, che all'inizio rifiuta di combattere e si lamenta. Dal punto di vista materiale Arjuna è un perfetto gentiluomo, poiché, piuttosto di uccidere i suoi parenti, dimentica il suo diritto al trono, piange di compassione e professa la non violenza. Ma, come vedremo, Krishna dice, ‘anarya-justam’: “Perché pensi come un anarya?” ‘Anarya’ è colui che non conosce il valore della vita. Così Krishna enuncia la Bhagavad-gita per trasformare Arjuna in ‘arya’, e alla fine, chiede: “Qual è la tua decisione? Rifletti profondamente e agisci secondo il tuo desiderio”. Arjuna risponde: “Ora combatterò”; e Krishna approva: “Tu sei un Mio caro amico e un Mio grande devoto”.

Combattere e uccidere non è un bella occupazione; ma talvolta, uccidendo, si può diventare un grande devoto di Krishna, proprio come Arjuna, che era un guerriero. All'inizio si rifiutò di combattere, quando decise di combattere per Krishna. Questo è ‘sva-karmana tam abhyarcya’ (Bg. 18.46). Le quattro divisioni sociali del sistema vedico, non sono secondo la nascita ma per qualità e attività, ‘guna-karma’, e tutti dovrebbero impegnarsi per soddisfare Krishna. Questa è la filosofia.

‘Sva-karmana tam abhyarcya’, non importa se siete brahmana, kshatriya, vaisya o sudra. Se siete vaisya e pensate che la vostra non sia una buona occupazione perché a volte dovete mentire, e che l’occupazione del brahmana sia migliore, tuttavia Krishna consiglia, ‘sa-dosam api na tyajet’ (Bg. 18.48). Non abbandonate la vostra occupazione, anche se è piena di difetti, ma offrite il risultato a Krishna. Questo è il segreto. Questa è la coscienza di Krishna. Potete essere brahmana, kshatriya, uomini d’affari, ingegneri, dottori, soldati, o altro; l’occupazione non è condannata, ma può diventare dignitosa purché sia collegata in qualche modo a Krishna.

Si deve quindi dirigere le attività verso Krishna. Questa è la coscienza di Krishna. Proprio come Arjuna, che all'inizio si rifiutò di combattere, lamentandosi, “No, non posso” – questo è il nostro argomento. Apparentemente Arjuna era un vero gentiluomo che stava dimenticando la sua rivendicazione sul regno, è non-violento, non è disposto a combattere con i suo fratelli, e piangeva sopraffatto dalla compassione. Dal punto di vista materialistico, è una bella cosa. Ma Krishna immediatamente disse: “Perché stai pensando come un ‘anarya’? ‘Anarya-justam’. “Questo tipo di pensiero non è adatto per gli Ariani, ma per i non-Ariani”.

Tutta la Bhagavad-gita fu enunciata ad Arjuna allo scopo di renderlo un ‘arya’. E alla fine, quando Krishna gli chiese, “Qual è la tua decisione?”; Arjuna rispose, ‘karisye vacanam tava’ (Bg. 18.73): “Ora combatterò”. E replicò, ‘bhakto si priyo si me’ (Bg. 4.3): “Tu sei un Mio caro amico e grande devoto”.



Fine.

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