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 LEZIONI DEL FONDATORE IN ITALIANO
 La Bhagavad-gita cosi' com'e' - Cap. 2 Verso 8
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Sangita Dasi
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Inserito il - 02/05/2019 : 10:56:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
RKC - RADIO KRISHNA CENTRALE PRESENTA:

Lezioni* di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada su

La Bhagavad-gita cosi' com'e'




Capitolo 2
Verso 8


na hi prapasyami mamapanudyad
yac chokam ucchosanam indriyanam
avapya bhumav asapatnam riddham
rajyam suranam api cadhipatyam


TRADUZIONE

"Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla Terra ottenessi un regno senza uguali e una sovranità simile a quella dei deva sui pianeti celesti".


SPIEGAZIONE
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada

"Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non può risolvere il suo vero problema senza l’aiuto del suo maestro spirituale, Sri Krishna.

Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue perplessità senza l’aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La conoscenza accademica, l’erudizione e il prestigio non servono a risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico, perché può risolvere tutti problemi dell’esistenza. Sri Caitanya Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale:

kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene naya
yei krishna-tattva-vetta, sei ‘guru' haya

“Non importa se una persona è un vipra (esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato nell’ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il maestro spirituale perfetto e autentico.“ (Caitanya-caritamrita, Madhya 8.128)

Nessuno è un maestro spirituale autentico se non conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche insegnano:

sat-karma-nipuno vipro
mantra-tantra-visaradah
avaisnavo gurur na syad
vaisnavah sva-paco guruh

“Anche un brahmana erudito, esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce perfettamente la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui che è cosciente di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se proviene da una classe sociale inferiore.” (Padma Purana)

Il progresso e la prosperità materiale non aiutano a risolvere i problemi dell’esistenza, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. Negli Stati “evoluti”, dove l’economia in pieno sviluppo offre ai cittadini ogni facilitazione, i problemi sono gli stessi che altrove. Si cerca la pace in diversi modi, ma invano. La vera felicità si raggiunge solo consultando Krishna ossia la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, che costituiscono la scienza di Krishna, trasmessa attraverso il Suo rappresentante autentico, la persona cosciente di Krishna.

Se lo sviluppo economico e il benessere materiale potessero salvarci dalle angosce che procurano la famiglia, la società, la nazione o l’appartenenza all’umanità in generale, che significato avrebbero le parole di Arjuna quando dice che il suo dolore non potrebbe essere alleviato né da un regno senza uguali sulla Terra né da potere di cui godono gli esseri celesti sui pianeti superiori? Egli cerca invece rifugio nella coscienza di Krishna, il giusto sentiero verso la pace e l’armonia. Lo sviluppo economico di un Paese o la sua supremazia sugli altri Stati possono tramontare all’improvviso a causa di un cataclisma naturale, e il posto conquistato su un altro pianeta, anche se più evoluto del nostro, come la luna che l’uomo si sforza ora di raggiungere, può esserci strappato in un momento.

La Bhagavad-gita lo conferma: ksine punye martya-lokam visanti. ”Esauriti i piaceri che sono le conseguenze delle attività virtuose, l’uomo deve sprofondare dalla più alta felicità alla più bassa degradazione.” Sono numerosi i grandi uomini politici che cadono così. Tali cadute sono soltanto nuove occasioni di lamento. Solo rifugiandosi in Krishna, come fa Arjuna, si mette fine ai lamenti. A Krishna infatti egli si rivolge per risolvere il suo problema in modo definitivo, e quest’abbandono totale al Signore è il principio stesso della coscienza di Krishna".






LEZIONE*
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada
tenuta a Londra (Regno Unito)
L'8 Agosto 1973


"[...]

‘Na hi prapasyami mamapanudyad’ (non vedo il modo di allontanare il dolore). Questa è la condizione dell’esistenza materiale. A volte siamo in difficoltà. Non a volte. Siamo sempre in difficoltà, ma a volte, per superare le difficoltà, facciamo qualche tentativo – e questa è considerata felicità. In realtà non c’è felicità, ma a volte c’è la speranza che “in futuro sarò felice”. Come i cosiddetti scienziati, che sognano: “In futuro vivremo in un mondo senza morte”. Così tanti stanno sognando. Ma le persone di buonsenso, dicono: “Non confidate nel futuro, per quanto piacevole sia”.

Così questa è la posizione attuale, ‘na hi prapasyami mamapanudyad’. Pertanto Arjuna si rivolge a Krishna, dicendo ‘sisyas te ham’ (Bg. 2.7): “Ora sono il Tuo discepolo sottomesso”. Perché? “Perché so che nessun altro può salvarmi da questa situazione pericolosa”. Questo è vero buonsenso. ‘Yac chokam ucchosanam indriyanam (Bg 2.8): “Il dolore inaridisce i miei sensi”. Ucchosanam (inaridisce). L'essere posti in grandi difficoltà inaridisce l’esistenza dei sensi, ‘ucchosanam indriyanam’. Anche il piacere sensoriale può renderci felici, ma in questo caso felicità significa gratificazione dei sensi e non è veramente felicità. La vera felicità è descritta nella Bhagavad-gita, ‘atindriyam, sukham atyantikam yat tat atindriyam’ (Bg. 6.21):

“In questo stato sereno gode di una felicità trascendentale illimitata e gioisce attraverso i sensi spirituali”. La vera felicità, la felicità suprema, ‘atyantikam’, non è goduta dai sensi ma è trascendentale ai sensi, ‘atindriya’. Abbiamo confuso la vera felicità con il godimento dei sensi, ma la gratificazione sensoriale non può renderci felici, perché ci troviamo nell’esistenza materiale e i nostri sensi sono “falsi”. I veri sensi sono i “sensi spirituali”. Bisogna dunque risvegliare la propria coscienza spirituale e gioire attraverso i sensi spirituali, ‘sukham atyantikam yat atindriya (Bg. 6.21).

I sensi sono un rivestimento proprio come questo corpo. In realtà io, anima spirituale, non sono il corpo – che è la copertura del mio vero corpo spirituale. Similmente il corpo spirituale ha dei sensi altrettanto spirituali – possiede ogni cosa, ma poiché la sua forma è di là della comprensione umana, alcuni filosofi, molto delusi, sostengono che sia “senza forma”, o ‘nirakara’. Il corpo spirituale non è ‘nirakara’. Perché dovrebbe esserlo? È una questione di buon senso. Se una stoffa ricopre la mia mano, anche quel tessuto ha una mano; allo stesso modo, poiché ho due gambe, anche il mio vestito ha due gambe, i pantaloni. Si tratta di buonsenso.

Da dove viene questo corpo? Il corpo è descritto come un indumento, o ‘vasamsi’. Indumento significa che è ritagliato secondo il corpo, e non che il mio corpo è fatto secondo il vestito. È una questione di buonsenso. Il corpo, e l’abito che lo riveste, sono come i corpi sottile e grossolano; perciò in origine, spiritualmente, io ho gambe e mani. Altrimenti, da dove viene questo corpo? Come si sviluppa? In origine quindi siamo tutte persone, non siamo privi di personalità. Krishna dirà anche: “Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io, tu e tutti questi re, e mai nessuno di noi cesserà di esistere”. (Bg. 2.12)

Questo particolare insegnamento di Krishna – che Lui, Arjuna e tutti i re riuniti sul campo di battaglia esistono ora, esistevano in passato ed esisteranno in futuro come individui, distinti gli uni dagli altri – spiega che siamo eternamente persone individuali. Il non essere una persona, quindi, è fuori discussione. È un’idea insensata degli impersonalisti e dei voidisti (che seguono la filosofia del vuoto e considerano la coscienza come un’illusione). Il principio è capire realmente le cose, perciò bisogna avvicinare Krishna seguendo l’esempio di Arjuna, che dice ‘sisyas te ham’ (Bg. 2.7): “Ora sono Tuo discepolo, istruiscimi”. ‘Sadhi mam tvam prapannam’: “Mi sottometto a Te; ora non Ti sto parlando allo stesso livello”.

Accettare il guru significa che qualunque cosa egli dice, devi accettarlo – significa arrendersi, ‘prapannam’. Altrimenti non dovresti accettare un guru perché è di moda. Ma devi essere pronto, ‘tad viddhi pranipatena’ (Bg. 4.34): “Cerca di conoscere la verità avvicinando un maestro spirituale, ponigli delle domande con sottomissione e servilo”. Solo arrendendoti puoi capire, e non mettendo alla prova il guru. Altrimenti, a che serve accettare il guru? Perciò Arjuna dice: “Oltre a te, non c’è nessun altro che possa realmente dissipare la mia condizione di confusione”.
E dice anche, ‘yac chokam ucchosanam indriyanam’ (Bg. 2.8): “Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi”; perché i sensi esterni non sono realmente i sensi, i veri sensi sono all’interno.

‘Hrisikena hrisikesha-sevanam’ (Cc. Madhya 19.170): “Bhakti significa impegnare tutti i sensi nel servizio del Signore, il maestro dei sensi”. Bisogna servire Krishna, Hrisikesha. Krishna è reale, e dobbiamo giungere a questo livello di realtà. Allora, ‘tat paratvena nirmalam’, quando i nostri sensi sono purificati possiamo servire Krishna, Hrisikesha. È anche detto, ‘indriyani parany ahur indriyebhyah param manah, manasas tu paro buddhir’ (Bg. 3.42): “I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, ma superiore ai sensi è la mente, e superiore alla mente è l’intelligenza, e ancora più elevata dell’intelligenza è l’anima”.

Queste sono diverse fasi. Il concetto corporeo di vita si basa sui sensi, e quando li trascendi, arrivi al livello mentale; quando trascendi il mentale, arrivi al livello intellettuale; e quando trascendi il piano intellettuale, raggiungi la piattaforma spirituale. Ci sono così diversi gradi e passaggi. Sul piano corporeo grossolano è richiesto ‘pratyaksha-jnanam’, la conoscenza acquisita con la percezione diretta dei sensi. Ci sono diversi tipi di conoscenza: pratyaksha (percezione diretta dei sensi), paroksha (conoscenza indiretta attraverso i sensi di altri), aparoksha (conoscenza intuitiva), adhoksaja (conoscenza rivelata che trascende la percezione dei sensi), e aprakrita (conoscenza spirituale).

Queste sono le diverse fasi della conoscenza. Di conseguenza la conoscenza acquisita sul piano corporeo, o percezione diretta, non è vera conoscenza; e pertanto possiamo sfidare questi cosiddetti scienziati. Il loro principio basilare della conoscenza è il concetto corporeo della vita, pratyaksha, o conoscenza sperimentale. E conoscenza sperimentale significa la “percezione grossolana dei sensi”. Questo è sperimentale, pratyaksha. Tutti dicono: “Noi non vediamo Dio”. Ma Dio non è un argomento che potete comprendere con pratyaksha, la percezione diretta. Un altro nome di Dio è Anubhava ['anubhava' sono le trasformazioni che appaiono sul corpo del devoto animato da amore estatico per Krishna].

All’interno di una stanza non puoi vedere direttamente il sole, eppure sai che il sole c’è perché è giorno. Come lo sai, se non vedi? Ci sono altri metodi con cui fare esperienza, e questo in particolare è detto aparoksha (conoscenza intuitiva). Pratyaksha, paroksha e aparoksha. Ma la coscienza di Krishna significa adhoksaja e aprakrita, che sono al di là della percezione dei sensi. Perciò nella Bhagavad-gita è detto ‘adhoksaja’ – non raggiungibile dalla percezione diretta. Come si può dunque percepire Anubhava, se è oltre la comprensione della percezione diretta? È possibile col metodo chiamato ‘srota-pantha’ (logica deduttiva) e ‘sruti’ (linguaggio vedico). Si deve così acquisire la conoscenza dai Veda; e il sapere vedico è spiegato dal guru. Pertanto si deve prendere rifugio in Krishna, il guru supremo, o nel Suo rappresentante autentico. Allora tutti i problemi, che significano ignoranza, sono dissipati. Yac chokam ucchosanam indriyanam (Bg. 2.8): “Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi”.

Krishna potrebbe dire: “D’accordo, per il momento vai e combatti, e quando avrai ottenuto il regno sarai felice. Non c’è bisogno che Mi consideri un guru…” Come una persona ordinaria che pensa: “Sto guadagnando molto denaro, a che mi serve trovare un guru? Posso capire tutto a modo mio”. E un altro furfante risponde: “Sì, ‘yata mata tata patha’. Se questa è la loro opinione, d’accordo, tu puoi creare la tua opinione”. Sta accadendo questo: inventano una loro opinione per capire Dio. Così tutti gli sciocchi mascalzoni stanno fabbricando le loro teorie. No, non è possibile. Perciò Arjuna dice: ‘avapya bhumav asapatnyam riddham’ (Bg. 2.8): “…Nemmeno se sulla Terra ottenessi un regno senza uguali”.

La parola ‘asapatnyam’ (senza rivali) è molto significativa. ‘Sapatni’ significa “moglie rivale o seconda moglie”. Se un uomo ha due o tre mogli ... Perché due o tre? Nostro Signore ne aveva 16.100, ma Lui è Dio e non c’è competizione, ‘apatnya’. Nel ‘Libro di Krishna’ scoprirete nelle dichiarazioni di tutte le regine, mentre parlano con Draupadi, che ognuna descrive di quanto sia ansiosa di diventare la servitrice di Krishna. Non c’è rivalità tra loro. Ma nel mondo materiale, se un uomo ha più di una moglie, allora c’è rivalità.

Nello Srimad-Bhagavatam è dato questo esempio: Come noi abbiamo diversi sensi così qualcuno ha diverse mogli, e se una moglie lo trascina, “vieni nella mia stanza”, e anche l’altra lo incita, “vieni nella mia stanza”, il marito sarà certamente confuso. Analogamente, i nostri sensi sono come queste mogli che ci trascinano: Gli occhi ci esortano, “vieni al cinema”; la lingua ci spinge, “vieni al ristorante”; le mani ci guidano da una parte e le gambe da un’altra. Così questa è la nostra posizione: Lo stesso uomo che ha diverse mogli e ognuna lo trascina in una stanza diversa. Questa è la nostra posizione. Perché? Perché queste mogli sono rivali.

Quindi, ‘sapatnyam riddham’ (un regno prospero e senza rivali). Se molti re rivendicano un’unica proprietà, la difficoltà è grande. Perciò Arjuna dice, ‘avapya bhumav asapatnyam riddham, rajyam suranam api cadhipatyam’ (Bg. 2.8): “Anche se ottenessi una ricchezza senza rivali, di cui sono l’unico proprietario, e un regno (rajyam) che non è di questo mondo ma dei sistemi planetari superiori (suranam), non potrò allontanare il mio dolore”. Gli uomini stanno cercando di andare sul pianeta lunare – ma c’è un altro regno – e questo appartiene a esseri viventi superiori, che sono conosciuti come semidei o esseri celesti e che sono molto potenti, come Indra, il possente controllore delle piogge, la cui arma è una folgore.

La gente non ci crede, ma noi crediamo in ciò che è descritto nella letteratura vedica. Dovete crederci; è un fatto reale. Da dove viene il fulmine? Chi gestisce la pioggia? Deve esserci un dirigente. Come nel governo, o nello stato, c'è bisogno di uffici e dipartimenti amministrativi, allo stesso modo anche nel governo di Dio sono necessari molti dirigenti, o agenti, che sono chiamati esseri celesti. ‘Devarshi-bhutapta-nrinam pitrinam’ (SB 11.5.41): “Chi ha rinunciato a tutti i doveri materiali e ha preso completo rifugio ai piedi di loto di Mukunda, che dà rifugio a tutti, non è debitore verso gli esseri celesti, i grandi saggi, gli esseri ordinari, i parenti, gli amici, l’umanità e perfino verso gli antenati deceduti”.

‘Devatah’, gli esseri celesti, ci forniscono ogni cosa per ordine di Krishna. Come Indra che ci fornisce la pioggia, e per cui c’è il sacrificio detto Indra-yajna. Ci sono sacrifici per i diversi esseri celesti al fine di soddisfarli. Ma Krishna fermò il sacrificio a Indra e sollevò la collina Govardhana. Mentre Nanda Maharaja stava organizzando un Indra-yajna, Krishna disse: “Caro padre, non è necessario offrire un sacrificio a Indra”. Ciò significa che chiunque sia cosciente di Krishna non ha bisogno di compiere sacrifici di questo genere. Soprattutto in quest’era, il kali-yuga, è molto difficile eseguire i vari tipi di ‘yajna’. Ma ciò era possibile nel Treta-yuga. ‘Krite yad dhyayato vishnum tretayam yajato makhaih’ (SB 12.3.52):
“Qualunque risultato era ottenuto nel Satya-yuga con la meditando su Vishnu, nel Treta-yuga compiendo sacrifici, e nel Dvapara-yuga servendo i piedi di loto del Signore, può essere ottenuto in Kali-yuga semplicemente cantando il maha-mantra Hare Krishna”.

‘Makhaih’ significa “compiere yajna”. ‘Yajnarthat karmano nyatra loko yam karma-bandhanah …’ (Bg. 3.9): “L’attività deve essere compiuta come sacrificio a Vishnu, altrimenti lega il suo autore a questo mondo materiale”. In quest’era dunque è impossibile seguire queste formule e istruzioni, e perciò l’ingiunzione di shastra è ‘yajnaih sankirtanair’. Invece di preoccuparsi di così tante cose, chi è intelligente, esegue il sankirtana-yajna. Queste sono le affermazioni delle Scritture (SB 11.5.32):

krishna-varnam tvisakrishnam
sangopangastra-parsadam
yajnaih sankirtanaih prayair
yajanti hi sumedhasah

“Nell’età di Kali, le persone intelligenti eseguono il canto congregazionale per adorare l’incarnazione di Dio che costantemente canta i santi nomi di Krishna. Sebbene la Sua carnagione non sia scura, Egli è Krishna Stesso, accompagnato dai Suoi associati, servitori, armi e compagni confidenziali”.

Specialmente in quest’era, ‘krishna-varnam tvisakrishnam’, appare Caitanya Mahaprabhu: Egli è Krishna stesso, ma la Sua carnagione non è scura (tvisakrishnam). ‘Tvisa’ significa carnagione, e ‘krishnam’ significa “scura”. ‘Sangopangastra-parsadam’, Egli è accompagnato dai Suoi associati, Nityananda Prabhu, Advaita, Srivasa, ‘srivasadi gaura-bhakta-vrinda’. Questa è la Divinità adorabile in questa epoca, ‘krishna-varnam tvisakrishnam’. Così, qual è il metodo di adorazione? ‘Yajnaih sankirtanair prayair yajanti hi sumedhasah’: è il sankirtana-yajna come lo eseguiamo davanti a Sri Caitanya, Nityananda e altri, questo è il perfetto compimento di sacrifici in quest’era - è l’unico yajna prescritto, e sta avendo successo. Altrimenti è impossibile compiere altri yajna, come il Rajasuya-yajna.

Ci sono molti yajna, e a volte in India li eseguono per denaro. È tutto. Ma non possono avere successo perché non c’è un ‘yajnic brahmana’ per verificare la corretta pronuncia dei mantra vedici. La prova era sacrificare nel fuoco un animale, e se questo tornava con un corpo giovane e fresco era segno che lo yajna era stato eseguito con successo; così lo yajnic brahmana era colui che pronunciava correttamente i mantra vedici. Questa era la prova. Ma dove sono simili brahmana in quest’era? Perciò non è raccomandato compiere questo tipo di yajna. ‘Kalau panca vivarjayet asvamedham, avalambham sannyasam bala-paitrikam, devarena suta-pitri’ (Cc. Adi 17.164): “In quest’era di Kali, cinque atti sono proibiti: offrire un cavallo o una mucca in sacrificio, accettare l’ordine del sannyasa, offrire oblazioni di carne agli antenati e generare figli con la moglie del fratello”.

In quest’era, quindi, non ci sono né yajna né yajnic brahmana. L’unico yajna è recitare il mantra Hare Krishna e danzare in estasi. Questo è l’unico sacrificio richiesto. Perciò, ‘rajyam suranam api cadhipatyam’ (Bg. 2.8) […nemmeno se ottenessi un regno celeste e senza rivali]. Un tempo ci furono vari demoni che conquistarono il regno dei ‘deva’ (rajyam suranam); come Hiranyakasipu, che estese la sua sovranità anche sul regno di Indra. Perciò, ‘indrari-vyakulam lokam mridayanti yuge yuge’ (SB 1.3.28): “Ogni volta che in qualche luogo dell’universo gli atei seminano la discordia, il Signore appare per proteggere i Suoi devoti”. ‘Indrari’ significa “il nemico di Indra”.

Indra è il re dei pianeti celesti e il nemico sono i demoni – esseri celesti e demoniaci. Proprio come noi che abbiamo molti nemici. Poiché stiamo cantando il mantra Hare Krishna, ci sono tante persone rivali che criticano – a loro non piace ciò che facciamo. Questo tipo di rivali esiste da sempre, ma ora il numero è aumentato. Un tempo ce ne erano alcuni, e ora ce ne sono molti. Perciò, ‘indrari-vyakulam lokam’. Quando la popolazione demoniaca (atea) aumenta e le persone sono confuse e disturbate, ‘vyakulam lokam’, in quel momento Krishna viene, ‘indrari vyakulam lokam mridayanti yuge yuge’. Così, a quel tempo, quando Krishna appare – ‘te camsa-kalah pumsah krishnas tu bhagavan svayam’ (SB 1.3.28) – Egli protegge i Suoi devoti dagli atei che creano discordia.

Nel Bhagavatam c’è una lista di nomi delle incarnazioni di Krishna, Dio; ed è anche spiegato che “tutti i nomi elencati sono una rappresentazione parziale di Krishna; e che il nome di Krishna, qui presente, descrive la vera Persona originale, krishnas tu bhagavan svayam”. Quando le persone sono troppo disturbate dall’assalto dei demoni, il Signore viene; e Lui stesso lo conferma negli shastra (Bg. 4.7): ‘Yada yada hi dharmasya glanir bhavati bharata tadatmanam srijamy aham’. Krishna dichiara: “Ogni volta che in qualche luogo dell’universo la religione declina e l’irreligione avanza, Io vengo in persona”.

In questo Kali-yuga le persone sono molto disturbate, pertanto Krishna è venuto nella forma del Suo santo nome, “Hare Krishna”. Krishna non è venuto personalmente, ma nella forma del Suo nome. E poiché Krishna è assoluto, non c’è differenza tra il Suo nome e la Sua Persona. ‘Abhinnatvan nama-naminoh’ (Cc. Madhya 17.133):

nama cintamani krishnas
caitanya-rasa-vigrahah
purnah suddho nitya-mukto
‘bhinnatvan nama-naminoh

“Il nome di Krishna è pieno di felicità trascendentale ed è la fonte di tutte le benedizioni spirituali perché è Krishna stesso, il ricettacolo di ogni piacere. […] Il nome di Krishna non è mai soggetto alle leggi materiali, perché il nome di Krishna e Krishna stesso sono identici”.

Poiché Krishna è completo in Sé stesso, similmente, anche il nome di Krishna è completo (purnah); ed è puro, libero da ogni contaminazione materiale (suddhah); e poiché Krishna è eterno, anche il Suo nome è eterno (nityah). Purnah suddhah nityah – il canto del mantra Hare Krishna è libero da ogni concezione materiale. ‘Abhinnatvan nama-naminoh’: Il Signore e il Suo santo nome (nama) sono identici (abhinna). Pertanto non possiamo essere felici, ‘rajyam suranam api cadhipatyam’ (Bg. 2.8), nemmeno se ottenessimo il regno degli esseri celesti, senza alcun rivale (asapatya). Non possiamo essere felici finché abbiamo una concezione materiale della vita. Non è possibile. Ciò è quanto spiegato in questo verso. Grazie mille. È tutto".




Fine

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Altro sull'autore, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada

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Le lezioni, a volte sono riportate sottoforma di estratto, per una presentazione adatta anche ai lettori estranei agli argomenti trattati, o in generale al metodo del bhakti yoga, la coscienza di Krishna.
Cio' allo scopo di evitare possibili fraintendimenti, sul significato di alcuni termini e concetti espressi, non sempre corrispondenti alle accezioni linguistiche attuali, e quindi talvolta, causa di una comprensione errata o distorta delle vere intenzioni, del maestro spirituale fondatore.

Il testo integrale originale (in Inglese) delle lezioni, e' comunque reperibile in rete su vari siti esteri.



































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