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 RADIO KRISHNA CENTRALE
 Lezioni del Fondatore in Italiano
 La Bhagavad-gita cosi' com'e' - Cap. 1 Verso 30

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V I S U A L I Z Z A    D I S C U S S I O N E
Sangeeta Dasi Inserito il - 13/06/2018 : 17:21:03
RKC - RADIO KRISHNA CENTRALE PRESENTA:

Lezioni* di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada su

La Bhagavad-gita cosi' com'e'




Capitolo 1
Verso 30


na ca saknomy avasthatum
bhramativa ca me manah
nimittani ca pasyami
viparitani kesava


TRADUZIONE

"O uccisore del demone Kesi, non posso più restare qui. Non sono più padrone di me, e la mia mente si smarrisce. Prevedo solo avvenimenti funesti".


SPIEGAZIONE
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada

"Arjuna è preso da una tale angoscia che non riesce più a restare sul campo di battaglia e lo sgomento gli fa perdere il controllo di sé. L’eccessivo attaccamento alle cose di questo mondo immerge l’uomo in una situazione confusa. Bhayam dvitiyabhinivesatah syat (S.B. 11.2.37): questa paura e questo squilibrio mentale vincono le persone che si lasciano troppo influenzare dalle condizioni materiali.

Arjuna prevede solo avvenimenti funesti; pensa che neppure la vittoria sui nemici potrà renderlo felice. L’uso dell’espressione nimittani viparitani è significativo. L’uomo che vede tutte le sue aspettative frustrate si chiede: “Perché sono qui? Ognuno si interessa solo di se stesso e del proprio benessere. Nessuno è interessato all’Essere Supremo.

Per volere di Krishna, Arjuna mostra qui di non conoscere il suo vero interesse. Il vero interesse individuale risiede in Visnu, ossia Krishna. L’anima condizionata dimentica questo principio, perciò subisce le sofferenze materiali. Arjuna è giunto ora a credere che la vittoria sarà per lui, soltanto fonte di lamenti".






LEZIONE*
di Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada
tenuta a Londra (Regno Unito)
il 23 Luglio 1973

“O uccisore del demone Keshi, non posso più a lungo restare qui. Non sono più padrone di me stesso e la mia mente vacilla. Prevedo solo eventi funesti”.

Così, ‘nimittani ca pasyami viparitani’ – viparitani significa “esattamente l’opposto”.

(Arjuna dice) “Sono venuto qui per riconquistare il mio regno. Questo è il motivo per cui sono venuto a combattere, ma in realtà vedo che è esattamente l’opposto. La mia lotta sarà inutile. Sono venuto a combattere per uno scopo utile, ma, ‘viparitani’, ora vedo il contrario. Sarà tutto inutile”.

Perché inutile ? Poiché si cerca di diventare ricchi e facoltosi – questa è la natura materiale – solo per farne mostra a parenti, amici e familiari: “Guardate come sono diventato ricco”. Questa è la psicologia. Ognuno lavora duramente, giorno e notte, solo per diventare ricco e soddisfare sé stesso e altri: “Miei cari amici e parenti, vedete come sono diventato ricco”. Questo è lo scopo. Nessuno lavora duramente per servire Krishna – questa è maya. Coscienza di Krishna significa lavorare duramente, allo stesso modo, ma solo per soddisfare Krishna; e questa è mukti, la salvezza.

Come il nostro signor Sharma, che prima lavorava in famiglia e ora è venuto qua a lavorare per Krishna. Questa è una soluzione. Non che bisogna interrompere le proprie capacità lavorative, si deve solo cambiare di posizione. Nella vita di famiglia lavoriamo inutilmente per soddisfare i cosiddetti parenti e familiari, ma lo stesso lavoro, quando è impiegato per il servizio di Krishna, non ne viene sprecato una sola briciola. Govinda dasa canta:

sita atapa bata barishana e dina jamini jagi re,
biphale sevinu kripana durajana,
capala sukha-laba lagi re.

“Ho lavorato duramente senza curarmi del calore torrido e del freddo intenso” – sita atapa bata barishana. In realtà le persone lavorano così duramente, con la neve e col caldo, e non possono fermarsi. Nel vostro paese non avete esperienza del calore estremo, ma in India il caldo arriva a cinquanta gradi, e tutti devono ugualmente lavorare. Così da qualche parte c’è un freddo intenso e altrove c’è un calore estremo. Questa è la legge di natura – dovete soffrire.

Se sei in un paese freddo, pensi che l’India sia molto calda e là sono felici; e in India pensano che in Inghilterra le persone siano molto felici. (ride) Questa è illusione. Non c’è nessuno che pensi che non ci sia felicità nei tre mondi, iniziando da Brahmaloka fino a Patalaloka, ma Krishna dichiara: ‘a-brahma-bhuvanal lokah punar avartino arjuna’ (Bg. 8.16). Non c’è felicità, anche se vai a Brahmaloka e hai l’opportunità di vivere milioni di anni come Brahma, in uno standard di vita migliaia di volte migliore. Ciò nonostante non c’è felicità; ma loro non lo sanno. Non sanno che nascita, malattia, vecchiaia e morte sono mali da combattere – ‘janma-mrityu-jara-vyadhi-duhkha-doshanudarsanam’ (Bg. 13.9). Perciò, ‘mad-dhama gatva punar janma na vidyate’ (Chi raggiunge la Mia dimora non rinasce più). Il nostro obiettivo, quindi, è quello di tornare a casa da Dio.

Così, ‘nimittani viparitani’. Quando si è materialmente coscienti, si pensa in termini di egoismo esteso. “Prima di tutto la mia felicità personale, poi la famiglia, la nazione…”. Come un bambino, che non pensa alla felicità di nessun altro e che vuole mangiare ogni cosa che tocca, e quando cresce estende la felicità al fratello, alla famiglia, alla comunità, alla nazione. In questo modo potete espandere il campo della felicità, ma non c’è felicità; e gli sciocchi non lo sanno. Così Arjuna interpreta il ruolo di una persona sciocca e ordinaria – nimittani viparitani.

“Dov’è la mia felicità? Sono venuto per combattere, per ottenere la felicità, e invece devo uccidere tutti i miei parenti. Perciò, dov’è la felicità? Non posso godere la felicità del regno da solo; devono esserci parenti, amici e fratelli, e allora mi sentirò molto orgoglioso, ‘Guardate come sono diventato re’. Ma se moriranno tutti, allora, a chi mostrerò la mia opulenza?”. Questa è la psicologia dell’uomo ordinario. Nimittani viparitani – proprio il contrario. Egli vede tutte le sue aspettative frustrate. Questa è illusione.

In realtà non c’è felicità, ma solo un egoismo esteso. Come il leader nazionale in India, Mahatma Gandhi. Il suo piano era: “Che gli Inglesi se ne vadano, e allora i miei connazionali saranno felici”. E quando gli Inglesi se ne andarono, lasciando la responsabilità dell’impero indiano agli Indiani, quel mattino Gandhi pensò, “Oh come sono felice, ora solo la morte mi soddisferà”, e quella sera stessa fu ucciso.

Era felice, ma la situazione era caotica. Voleva l’unità tra indiani e musulmani, ma il paese era diviso. I musulmani si separarono e l’intero programma fu capovolto. Voleva semplificare il governo, ma vide che i suoi discepoli e seguaci inseguivano solo delle cariche – perciò, ‘nimittani viparitani’. Pensava, “Sarò felice, i miei connazionali saranno felici”, ma alla fine vide solo ‘viparitani’, tutto l’opposto. Ognuno farà esperienza di questo; finché sarà materialmente attaccato, troverà viparitani, “esattamente l’opposto”.

“Ho costruito questa bella casa per viverci felicemente, ma è scoppiato un incendio ed è tutto finito”. Questa è la situazione. Fabbricate molte cose per la vostra felicità, ma ci sarà sempre qualcosa che vi porrà nella condizione più miserevole. Questo è il mondo materiale. Ma loro non lo sanno. Perciò, chi è intelligente pensa: “Se devo lavorare duramente per la cosiddetta felicità, e se Krishna mi sollecita, mi chiede di lavorare per Lui, allora, perché non lavorare per Krishna? Qui vedo solo ‘viparitani’, l’opposto. Non c’è felicità. Se devo lavorare duramente, allora mi abbandonerò a Krishna”. Questa è intelligenza.

Krishna ci chiede di abbandonare tutto e lavorare per Lui, “semplicemente sottomettiti a Me” – ‘sarva-dharman parityajya mam ekam saranam vraja’ (Bg. 18.66). Così Krishna ci chiede di lavorare per Lui, lasciando ogni altra cosa. Questo è molto chiaro. “Lavoro duramente per essere felice, eppure, 'viparitani', divento infelice. Perciò, perché non lavorare per Krishna?” Questa è intelligenza – in fin dei conti si deve lavorare. ‘Jivera svarupa haya nitya-krishna dasa’ (Cc. Madhya 20.108). Costituzionalmente ogni essere vivente è un servitore; e se non serve Krishna, dovrà servire maya. Questo è tutto. La condizione di servitore non se ne andrà. Eppure, ‘dhonky svarga gele’, proprio come un asino (dhonky) voi non capite.

Se inviate una macchina da scrivere in paradiso, che cosa farà? Continuerà a lavorare come una macchina da scrivere. Significa che il suo lavoro è cambiato perché è andata in cielo? No. Continuerà il suo lavoro, sia in cielo sia all’inferno. Similmente, la tua posizione è di essere servitore. E se non servi Krishna, allora servirai la moglie, i figli, i parenti, la nazione e il tuo cane. Se non hai una famiglia, terrai un cane; e mentre il cane passa escrementi, tu rimarrai là ad aspettare. Vedete? è un fatto concreto. Se non servi Krishna, allora dovrai servire il tuo cane. Questa è la condizione naturale. Perciò, la persona intelligente imparerà la lezione: “Se devo servire, perché non servire Krishna? Allora sarò felice. Ci sono molti servitori di Krishna e sono tutti felici. Perché dovrei rimanere un servitore di maya?”

‘Kamadinam katidha’. Rimango un servitore di maya a causa della mia gratificazione dei sensi. Questo è tutto. Sono il servitore di mia moglie o di mio marito perché voglio soddisfare i miei sensi; e ognuno agisce in questo modo. Questa è la malattia. Divento perfino il servitore del cane. Poiché mi piace coccolare un cagnolino, invece di diventare il padrone, divento il servitore. Il servitore di chi? ‘Kamadinam kati na katidha palita durnideshah’ (Cc. Madhya 22.16): il servitore dei miei maestri, cioè lussuria, avidità, collera, illusione, invidia – kama, krodha, moha, matsarya – il servitore di tutti questi sensi.

Una volta, un brahmana disse: “Caro Krishna, sono il servitore dei miei sensi” – ‘kamadinam kati na katidha palita durnideshah’ – “e li ho serviti così bene che ho dovuto compiere cose abominevoli”. Se sei il servitore di qualcuno, e il tuo padrone ti ordina di fare qualcosa, anche se è contro la tua coscienza, dovrai farlo. Un uomo ruba per la sua famiglia; non vuole farlo, ma ha bisogno di denaro e perciò ruba – ‘kamadinam kati na katidha palita durnideshah’. Questo è lo studio di una condizione psicologica.

Quando divento il servitore di maya, anche se non voglio fare qualcosa che non ritengo giusto, nondimeno sono obbligato a farlo; ma il risultato è che nessuno è soddisfatto. Lo stesso esempio. Proprio come Gandhi ha servito il suo paese molto bene e spontaneamente, tuttavia il risultato è che fu ucciso dai suoi connazionali. Vedete? Questo fu il risultato di aver servito bene il suo paese. Sappiamo tutti che nessun altro potrebbe servirlo tanto sinceramente, eppure, anche una persona come Mahatma Gandhi fu uccisa dai suoi connazionali. Proprio questa mattina il signor Sharma mi diceva che aveva lavorato duramente per la sua famiglia, eppure i suoi figli gli hanno detto: “Non puoi andare, devi servire noi, non siamo ancora soddisfatti”.

Non sono mai soddisfatti. Perciò la persona intelligente riconosce: “Mio caro Signore, ho servito i miei sensi, brama, collera, avidità, ma ancora non sono gentili con me perché continuano a dettare condizioni, 'fai questo, fai quello'. Ma per Tua Grazia ora ho ritrovato l’intelligenza”.
‘Guru-krishna-kripaya’ (Cc. Madhya 19.151): “Per la misericordia del maestro spirituale e per la Tua Grazia ho ricevuto questa intelligenza, e ora sono venuto per servirTi. Per favore impegnami”. Questo è abbandono.

“Ho servito i miei sensi molto fedelmente, ma non sono ancora soddisfatti e vogliono che continui a servirli. Non mi manderanno in pensione, e così ora sono disgustato”. Ciò è detto 'vairagya' – jnana-vairagya-yuktaya (SB. 1.2.12), “armato della conoscenza e del distacco”. Nella vita umana questa intelligenza è necessaria, non per servire il mondo materiale ma per servire Krishna.

I filosofi mayavadi semplicemente interrompono queste attività materiali. Proprio come nella filosofia del Buddha, il nirvana, che consiglia di fermare ogni attività. Ma che significa? Dopo aver fermato ogni cosa, che rimane? Rimane “zero”, e ciò è impossibile. Questo è il loro errore. Ma le persone, a cui la filosofia di Buddha è stata predicata, non erano così intelligenti da capire che, dopo aver abbandonato il servizio all’illusione, potrebbe esserci un servizio migliore. Perciò Buddha disse: “Interrompete il servizio a maya, e quando alla fine ogni cosa sarà zero, diventerete felici” – sunyavadi, nirviseshavadi.

Ci sono due tipi di mayavadi: gli impersonalisti e i voidisti. La loro filosofia è buona perché uno stolto non può capire più di questo. Se un individuo sciocco è informato che esiste una vita migliore nel mondo spirituale per servire Dio, Krishna, egli pensa: “In questo mondo materiale sono diventato un servitore. Ho già sofferto abbastanza, e sarò di nuovo un servitore?” Appena sentono parlare di servire, semplicemente rabbrividiscono; non capiscono che in questo servizio c’è solo felicità (ananda), e si è sempre più impazienti di servire Krishna. Questo è il mondo spirituale, ma gli impersonalisti, nirviseshavadi, non possono capire.

I mayavadi impersonalisti non capiscono che servire Krishna procura solo piacere e gioia. Non capiscono e perciò diventano impersonalisti: “No, la Verità Assoluta non può essere una persona”. Questo è un altro aspetto della filosofia di Buddha. Impersonale significa “zero”. Lo scopo ultimo della filosofia buddista e dei mayavadi è “zero”. ‘Na te viduh svartha-gatim hi vishnum’ (SB. 7.5.31), non conoscono il loro vero interesse né sanno che lo scopo della vita è tornare a Dio. Non capiscono che servendo Krishna si ottiene una vita piena di beatitudine.

Arjuna perciò interpreta il ruolo di un uomo ordinario, e chiede a Krishna: “Vuoi che io combatta per diventare felice e ottenere il regno, ma devo uccidere i miei parenti? Tu mi stai ingannando. Non vedo nessuna felicità nell’uccidere i miei parenti. Perché mi stai inducendo alla lotta?” Nimittani ca pasyami viparitani, “prevedo solo eventi funesti”; na ca saknomy avasthatum, “non posso più rimanere qui”; bhramativa ca me manah, “non sono più padrone di me stesso e la mia mente vacilla”.

Questa è la condizione nel mondo materiale, ci sono sempre problemi e disturbi, e quando qualcosa di migliore è proposto ai materialisti, “Se prenderai la coscienza di Krishna, sarai felice”, essi vedono solo ‘nimittani ca viparitani’, proprio l’opposto. “Ho così tanti problemi, come potrà aiutarmi la coscienza di Krishna?” Nimittani ca viparitani. Questa è la condizione materiale di vita, perciò è necessario un po’ di tempo per capire la Bhagavad-gita. Lo stesso Arjuna vede solo ‘nimittani ca viparitani’. Ma quando capirà la Bhagavad-gita, allora dirà: “O Krishna, quello che mi stai dicendo è giusto, ed io l’accetto”.

Dopo averlo istruito, Krishna gli chiede: “Che cosa farai ora?”, perché Krishna non forza mai nessuno. Raccomanda “abbandonati a Me”; ma non forzerà mai nessuno. “Io sono Dio, e tu devi abbandonarti a Me perché sei un Mio frammento”, non parlerà mai in questo modo perché Egli ci ha dato una piccola indipendenza, sebbene sia molto piccola. Altrimenti, qual è la differenza tra una pietra e un essere vivente? L’individuo deve avere una certa indipendenza, anche se è molto piccola, e Krishna non la toccherà mai. Dovete accettare spontaneamente: “Mi abbandonerò a Lui perché è per il mio beneficio”. Questa è la coscienza di Krishna.

Non dovete accettare in modo meccanico o scontato, ma volontariamente e con amore – ‘tesham satata-yuktanam bhajatam priti-purvakam’ (Bg. 10.10); ‘priti’ significa amore (Chi Mi serve costantemente con amore, Io do la comprensione per venire a Me). Coscienza di Krishna significa lavorare per Krishna con amore ed entusiasmo; ma dovete farlo volontariamente, altrimenti non è coscienza di Krishna. Se servirete Krishna volontariamente e con grande piacere, allora capirete, ‘utsahan niscayad dhairyat tat-tat-karma-pravartanat, sato vrtteh sadhu-sange shadbhir bhaktih prasidhyati’ (Upadeshamrta). Si deve avere entusiasmo (utsahan); pazienza (dhairyat); e fiducia (niscayad). “Se m’impegnerò con entusiasmo e pazienza nel servire Krishna, certamente Egli mi porterà a casa da Lui”. E Krishna raccomanda:

man-mana bhava mad-bhakto
mad-yaji mam namaskuru
mam evaishyasi satyam te
pratijane priyo ‘si me

Pensa sempre a Me, diventa Mio devoto, adoraMi e offriMi i tuoi omaggi. Così, certamente verrai a Me. Te lo prometto perché tu sei un amico che Mi è molto caro. (Bg. 18.65)

Krishna dichiara che ci porterà da Lui. Krishna non mente. Si deve perciò lavorare per Krishna con entusiasmo… e allora non ci sarà 'viparitani'. Alla fine Arjuna lo accetterà. Quando Krishna gli chiederà: “Mio caro Arjuna, qual è ora la tua decisione?”; Arjuna risponderà, ‘prasadat keshava nasta-mohah’: “Per la Tua misericordia, ora la mia illusione è svanita”; e karishye vacanam tava: “Sono pronto ad agire secondo le Tue istruzioni” (Bg. 18.73). “Ora combatterò, sì, ucciderò i miei parenti”. Questo è tutto. Grazie molte. Hare Krishna".


Fine.

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Altro sull'autore, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada

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